Industria Vicentina
03/06/2019

Luciano Vescovi su Il Foglio: "Per questo Governo non c'è interesse al sostegno dell’impresa"

"Le azioni di politica economica sembrano indirizzate a mortificare le imprese. In Veneto il modello è esattamente l’opposto".



Il presidente di Confindustria Vicenza Luciano Vescovi è intervenuto nei giorni scorsi sulle pagine del quotidiano Il Foglio.





"Gli imprenditori vicentini non credono più nel futuro del nostro paese", ha affermato il presidente Vescovi tracciando con fermezza un'analisi del contesto politico-economico attuale del Paese.

Di seguito riportiamo parte della lettera, la cui versione integrale è disponibile sul sito del quotidiano.

È ormai evidente e si diffonde la sensazione che per questo governo non ci sia interesse al sostegno dell’impresa piccola e grande e che non sia centrale lo sviluppo economico attraverso lo sviluppo del libero mercato, degli investimenti pubblici e privati, della creazione di un contesto favorevole all’impresa. Le azioni di politica economica sembrano invece indirizzate a mortificare le imprese, di qualunque settore e dimensione. La burocrazia dilaga, le tasse non diminuiscono, le norme sono sempre più complicate.

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In Veneto il modello è esattamente l’opposto: le imprese investono, aumentano la produttività e la competitività. I beni prodotti sono per la maggior parte destinati al mercato europeo e mondiale, generando un forte surplus commerciale che viene reinvestito. La crescita degli investimenti e della produzione industriale genera un forte fabbisogno di risorse umane, non sempre disponibili. L’aumento degli occupati ha poi come conseguenza la redistribuzione di ricchezza. Analogamente, in carenza di figure professionali necessarie all’evoluzione tecnologica, si spinge sulla scuola e l’università per alzare il livello di conoscenze e di competenze dei giovani. La proiezione non è il mercato interno ma il mercato mondiale, lo sviluppo è basato tutto sull'export e sulla bilancia commerciale in forte attivo.

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Il “modello Veneto” richiede una visione di lungo periodo e stabilità del contesto. Richiede investimenti, soprattutto nella formazione, richiede infrastrutture adeguate, richiede stabilità e continuità. Il cambiamento repentino degli scenari e la mancanza di una politica industriale, invece, mina alla base la fiducia degli imprenditori.

La distanza percepita dalla politica economica ed industriale “romana” cresce di settimana in settimana. La sfiducia delle imprese, che si riflette direttamente sugli investimenti e quindi sulla competitività e infine sulle assunzioni, è l’ovvia conseguenza di una politica che perpetua un modello di spesa improduttiva per accontentare delle sacche di elettorato a spese di tutti gli altri.

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Il cittadino medio Veneto ha ancora saldi alcuni principi che traggono origine da radici di un popolo povero, quale era prima della guerra. Lo sviluppo dell'industria e del turismo (primo in Italia) è visto come un punto di partenza per la redistribuzione della ricchezza, che nei fatti è avvenuta.

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Un barlume di speranza emerge quando leggiamo alcune posizioni di buon senso, come quella di Tria che in riferimento alla Tav dice che nessuno verrà ad investire in Italia se non si rispettano i patti; o come quella di Conte che in prima pagina sul Sole 24 ore dice che è in dirittura d’arrivo un piano di investimenti veri e la fondamentale riforma del Codice degli Appalti. Solo che dopo i contorsionismi e la politica del rinvio di questi mesi, semplicemente non ci fidiamo. Vedremo i fatti, poi batteremo le mani, in caso.

Ma a questo punto abbiamo bisogno di capire se il governo vuole mantenere in Italia le imprese manifatturiere o se vuole che queste prendano altre strade, perché quella sulla Tav e quindi sul corridoio europeo che collega il nostro paese all’ovest e all'est dell'Europa (mica si tratta di fare una gita a Lione), è prima di tutto una decisione di politica industriale. Non si fa la Tav? Allora si è deciso che l’industria, nel secondo paese manifatturiero d’Europa, non conta più nulla.





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