26/05/2026

Barbara Beltrame: "Serve una riforma della burocrazia con tempi certi"

La presidente di Confindustria Vicenza commenta gli interventi di Orsini e Meloni e chiede atti rapidi a sostegno dell’industria.

"La relazione del presidente Orsini ha avuto il merito di dire con chiarezza una cosa che molte imprese, soprattutto nei territori manifatturieri come il nostro, stanno vivendo da tempo: non siamo più dentro una normale fase congiunturale difficile, ma dentro un cambio strutturale di scenario. Continuare a trattarlo con gli strumenti ordinari o, peggio, con gli automatismi burocratici degli ultimi anni sarebbe un errore gravissimo.

Anche i primi dati sull’andamento dell’industria vicentina nel 2026, che stiamo raccogliendo in queste settimane, confermano questa situazione. Infatti, non sono buoni. Anzi, con ogni probabilità registreranno un segno negativo sia sulla produzione industriale sia sul fatturato, interno ed estero. E questo prima ancora di misurare gli effetti che ha prodotto il blocco dello stretto di Hormuz, con le dirette conseguenze sul costo dell’energia, sulla logistica, sulle materie prime e sulla fiducia dei mercati.

Il tempo delle diagnosi infinite è finito.

Il problema non è più capire se la manifattura europea sia sotto pressione, ma decidere se vogliamo ancora difenderla.

Da questo punto di vista condivido pienamente l’allarme lanciato da Orsini. L’Europa rischia di trasformarsi in un grande mercato aperto ai prodotti degli altri e sempre meno capace di produrre i propri. Sarebbe una sconfitta economica, ma anche politica e sociale. Perché senza industria non ci sono salari più alti, non c’è welfare sostenibile, non c’è innovazione applicata, non c’è autonomia strategica.

L’industria non è un interesse particolare: è il luogo in cui si producono occupazione, benessere, coesione sociale, competenze, fiscalità, mobilità e futuro.

Il tema, però, va affrontato fino in fondo. Non basta dire che servono più industria, più investimenti e più crescita se poi ogni investimento viene reso più lento, più incerto e più costoso da un sistema di regole che troppo spesso sembra costruito per scoraggiare chi vuole fare. La burocrazia non è un fastidio collaterale: è un costo e un blocco industriale. Un costo che entra nei bilanci, nei tempi di realizzazione, nelle decisioni degli imprenditori, nella scelta se investire qui o altrove.

Quando un’impresa deve aspettare mesi, a volte anni, per un’autorizzazione; quando le regole cambiano in corsa; quando un incentivo viene annunciato, poi complicato, poi bloccato, poi reinterpretato; quando ogni procedura sembra nascere per non assumersi responsabilità, allora il problema non è più amministrativo. È competitivo.

È questo il punto che la politica deve avere il coraggio di guardare. Le imprese non chiedono protezione permanente, non chiedono sussidi a pioggia, non chiedono deroghe al principio di responsabilità. Chiedono un contesto razionale, prevedibile, governato. Chiedono regole chiare, tempi certi, strumenti semplici, stabilità normativa. Chiedono che ciò che viene deciso oggi non venga rimesso in discussione domani da una circolare, da un decreto attuativo tardivo o da una diversa interpretazione amministrativa. Perché senza certezza del diritto non esiste politica industriale credibile. Esistono solo annunci.

Questo vale anche per il dibattito sui salari. Dire che i salari italiani sono troppo bassi è corretto. Ma pensare di alzarli stabilmente senza crescita, produttività, investimenti e competitività significa raccontare una soluzione che non regge. I salari crescono se cresce il valore prodotto dalle imprese. E il valore prodotto dalle imprese cresce se queste possono investire, innovare, esportare, assumere competenze, competere ad armi almeno comparabili con i concorrenti internazionali. Se invece chiediamo alle imprese di aumentare i salari dentro un sistema che aumenta energia, burocrazia, incertezza, oneri fiscali e vincoli regolatori, allora stiamo semplicemente spostando il problema, non risolvendolo.

La proposta della presidente Meloni di aprire subito un cantiere comune per una riforma della burocrazia è una notizia importante, che accogliamo a braccia aperte.

Apprezziamo in particolare il richiamo al metodo: una riforma di questa portata non può essere costruita dall’alto né può limitarsi a interventi parziali. Deve nascere da un confronto serio tra governo, imprese, territori, amministrazioni e parti sociali. L’apertura è fondamentale, perché chi ogni giorno investe, assume, esporta e affronta procedure, autorizzazioni e vincoli deve poter contribuire a costruire soluzioni concrete.

Contiamo davvero che questa sia l’apertura di un percorso condiviso e concreto. La convergenza espressa in modo così esplicito dalla presidente del Consiglio ci dà fiducia: ora è fondamentale che questo impegno si traduca rapidamente in atti. Se, come è stato detto, il cantiere può iniziare già domani, allora deve anche partire con obiettivi chiari, tempi certi e risultati misurabili.

Questo è il tempo della responsabilità. In primo luogo, della responsabilità di riconoscere che senza industria l’Italia e l’Europa non avranno né autonomia, né crescita, né salari più alti. Ogni mese perso nella burocrazia, nelle divisioni politiche o nelle promesse senza atti concreti è un pezzo di competitività che non torna.

L’Assemblea di oggi ha messo la politica davanti a un bivio. Da una parte c’è la strada dell’immobilismo, delle misure episodiche, dei bonus complicati, delle regole che cambiano e di un’Europa che predica competitività mentre produce vincoli. Dall’altra c’è la strada di una politica industriale vera, europea e nazionale, costruita sulla fiducia verso chi produce. Per quanto ci riguarda, la scelta dovrebbe essere evidente. Ma deve essere fatta adesso.

Dopo l’Assemblea di oggi sono fiduciosa che un percorso nuovo possa partire. Ma la partenza non basta: dobbiamo arrivare rapidamente a risultati concreti".