Mentre in Campo Marzo accadeva ciò che abbiamo visto e letto in questi giorni, a poche centinaia di metri di distanza, dentro la Basilica Palladiana, c’era un’altra Vicenza.
Sabato circa un migliaio di bambini e bambine, tra i 4 e i 12 anni, partecipavano ai laboratori di Vicenza Making Future. Altrettanti sarebbero arrivati la domenica, altri settecento il lunedì. Tutte e tutti alle prese con la fisica, la chimica, il design, la meccanica, accompagnati dalle loro famiglie, dentro il luogo più bello e simbolico della nostra città.
Credo valga la pena fermarsi un momento su questa immagine.
Non per cancellarne un’altra. Quanto è accaduto a Campo Marzo è grave, va raccontato e richiede consapevolezza e, a chi si occupa di educazione e formazione, dalle famiglie alle scuole a tutta la società civile, una riflessione non banale. Ma sarebbe altrettanto sbagliato lasciare che un episodio, per quanto rumoroso e preoccupante, finisca per diventare il ritratto di un’intera città o di una generazione.
Perché nello stesso momento c’erano migliaia di persone che stavano facendo qualcosa di molto diverso.
C’era una comunità che aveva deciso di costruire un’occasione bella, sana e formativa. Confindustria Vicenza con il Comune, la Camera di Commercio e il sistema della formazione e dell’istruzione superiore, gli ITS, l’università, le scuole, le imprese e tanti professionisti hanno messo insieme competenze, tempo ed energie per permettere ai più piccoli di sperimentare, scoprire, fare domande.
E migliaia di famiglie hanno risposto.
È questo, forse, il dato che più dovrebbe interessarci. Quando si offre qualcosa che ha contenuto, qualità e senso, le persone partecipano. Quando si crea uno spazio nel quale la curiosità viene presa sul serio, le giovani generazioni arrivano. E con un entusiasmo davvero contagioso. Arrivano con i genitori, fratelli e sorelle, zii, nonni. Non perché ci sia qualcosa da vincere, non perché qualcuno prometta un premio o un gadget, ma perché c’è il desiderio di vivere insieme un’esperienza.
Anche questo dice qualcosa della società civile vicentina. Dice che esiste un tessuto capace di collaborare. Che mondo produttivo, istituzioni e sistema educativo possono stare insieme non soltanto nei convegni, ma dentro iniziative concrete. Dice che l’impresa non è soltanto fabbrica e fatturato: è anche responsabilità verso il territorio, educazione alla conoscenza, investimento sulle generazioni che verranno.
A noi imprenditori piace parlare di competenze, e ne abbiamo bisogno. Ma le competenze arrivano dopo. Prima viene la curiosità. Viene quella bambina che guarda un esperimento e chiede perché. Il bambino che smonta un meccanismo per capire come funziona. I compagni di banco che scoprono insieme che dietro a un oggetto ci sono progettazione, materiali, matematica, creatività.
Forse il futuro di un territorio comincia proprio lì.
E ci ricorda che la realtà è sempre non è fatta solo dalla cronaca più rumorosa.
Anche questa è Vicenza.

