Nel 2030 il Veneto potrebbe avere quasi 190 mila posti di lavoro vacanti. È il dato che emerge dal recente report di Veneto Lavoro.
La risposta degli esperti è chiara: più occupazione femminile, più over 65 al lavoro, più immigrazione qualificata.
Tutto giusto. Tutto necessario.
Ma manca un pezzo fondamentale del ragionamento: chi creerà il lavoro del futuro?
Perché possiamo aumentare la partecipazione al mercato del lavoro quanto vogliamo, ma se le imprese continuano a competere con gli stessi modelli di venti o trent’anni fa, il problema non si risolve. Si rinvia.
La storia economica del Veneto, in fondo, ci insegna proprio questo.
Diesel è nata dall’intuizione di un imprenditore che ha cambiato le regole del settore. Geox è partita da un’idea apparentemente semplice, diventata un’innovazione globale. E potrei fare decine di altri esempi.
Ottant’anni fa, cinquanta anni fa, trent’anni fa, quelle aziende erano startup.
Oggi sono pilastri del nostro sistema economico.
Ed è proprio per questo che il rapporto tra grandi imprese e startup non può più essere considerato un tema per addetti ai lavori o per qualche convegno sull’innovazione. L’ennesimo incontro che finisce in tante stretta di mano, e in tanti “faremo”, “vedremo”, ecc…
È una necessità industriale.
La storia è piena di leader che hanno pensato di essere invincibili. Kodak dominava la fotografia mondiale. Nokia controllava il mercato dei telefoni cellulari. Entrambe avevano tecnologie, competenze e risorse immense.
Quello che è mancato è stata la capacità di cambiare abbastanza velocemente.
Le startup, invece, vivono di velocità. I founder hanno fame, sperimentano, sbagliano, correggono e ripartono. È il loro vantaggio competitivo.
Ed è qui che Vicenza, e il Veneto, possono giocare una partita diversa.
Adottare una startup non significa comprarla, inglobarla o appropriarsi delle sue idee. Significa darle un mercato, farla entrare nella propria filiera, testare insieme nuovi processi, sviluppare prodotti e servizi che da soli richiederebbero anni.
Le imprese venete non hanno bisogno dell’ennesimo acceleratore pieno di slide e presentazioni. Possono diventare loro stesse acceleratori industriali.
Questa, in fondo, è la vera cultura imprenditoriale vicentina: meno teoria e più fatti.
Se vogliamo trattenere i giovani, riportare a casa i talenti che partono e rendere il nostro territorio attrattivo, dobbiamo offrire qualcosa di più di uno stipendio.
Dobbiamo offrire la possibilità di costruire il futuro.
Perché il problema non è che i ragazzi vadano all’estero. È che spesso non trovano un motivo valido per tornare.
E quel motivo, oggi, può nascere soltanto da un ecosistema in cui imprese consolidate e nuove generazioni di imprenditori crescono insieme, invece di guardarsi da lontano.
Il Veneto ha costruito la propria ricchezza grazie a uomini e donne che, a un certo punto, hanno deciso di fare qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima.
Sarebbe un errore imperdonabile dimenticarlo proprio adesso.

