22/09/2026

Beltrame Giacomello: "Vicenza laboratorio nazionale della libertà di fare"

All’Assemblea annuale la presidente di Confindustria Vicenza indica crescita, semplificazione e tecnologia come leve per andare "oltre".

Dopo dodici trimestri negativi, nel secondo trimestre 2026 la produzione manifatturiera vicentina è cresciuta dell’1,1%, con fatturato a +3,7% in Italia e +2,3% nell’Unione Europea. Dati che, per la presidente, mostrano la capacità di reazione del territorio.

Si pubblica il testo integrale del discorso della presidente di Confindustria Vicenza Barbara Beltrame Giacomello in occasione dell'Assemblea Generale del 18 settembre 2026.


Avete visto quanta forza e quanta determinazione servono per andare oltre un ostacolo? Quei performer lo hanno fatto con i muscoli, con il coraggio, con la capacità di non perdere di vista l’obiettivo. E forse questa performance ci ha colpito proprio perché, quel salto, è qualcosa che ci riguarda molto da vicino.

Anche noi, ogni giorno, ci troviamo davanti ad ostacoli. Cambiano forma, cambiano dimensione, a volte arrivano all’improvviso. Ma quello che conta è ciò che decidiamo di fare quando ce li troviamo davanti. Fermarci, oppure trovare la forza, la concentrazione e il coraggio di andare OLTRE.

Noi vicentini, storicamente, scegliamo d’istinto la seconda possibilità. Non perché pensiamo che basti la volontà per risolvere qualsiasi problema. Ma perché abbiamo imparato che, davanti alle difficoltà, lamentarsi non produce valore. Agire, sì, invece! Anche e soprattutto in periodi difficili.

Pandemia. Crisi energetica. Guerre. Inflazione. Tassi. Materie prime. Nuovi dazi. Mercati che si chiudono. Regole che cambiano. Tecnologie che accelerano. Una demografia che rallenta. ogni volta avremmo avuto una buona ragione per fermarci. Abbiamo cercato invece un varco e, quando si è aperto uno spazio, abbiamo preso la rincorsa.

Ed ecco allora dei numeri recenti, oltre gli ostacoli: nel secondo trimestre del 2026 la produzione manifatturiera vicentina è cresciuta dell’1,1%. Il fatturato è salito del 3,7% in Italia e del 2,3% nell’Unione Europea. Anche gli ordinativi sono tornati positivi. E tutto questo dopo dodici trimestri consecutivi di produzione industriale con il segno meno.

Non è il momento di festeggiare, ci mancherebbe. I costi crescono più dei prezzi dei nostri prodotti. I margini sono sotto pressione. Ma dopo dodici trimestri negativi, quel segno più ha un significato.

Significa che c’è ancora energia. Significa che c’è ancora capacità di reazione. Significa che, non appena si apre uno spazio, noi ci siamo. E scegliamo di spiccare un salto e di andare OLTRE.

Quante volte abbiamo sentito sussurrare con rassegnazione “Ah, se avessimo il petrolio…” e per compensare questa mancanza, abbiamo in varie fasi definito “il petrolio dell’Italia” il turismo, la cultura, l’agroalimentare, la creatività, persino i dati.

Tutte ricchezze straordinarie. Ma se per petrolio intendiamo ciò che genera lavoro, esportazioni, autonomia, gettito e risorse con cui finanziare anche tutto il resto, allora credo sia arrivato il momento di dirlo forte e chiaro: il petrolio italiano è la manifattura!

Siamo la seconda potenza manifatturiera d’Europa. Per questo sediamo al tavolo delle grandi economie del G7. E siamo un Paese povero di materie prime che prende ciò che non possiede, lo trasforma attraverso intelligenza, tecnologia, competenza e lavoro e lo restituisce al mondo con un valore maggiore. Questa è l’industria italiana. E questa è, in modo particolare, Vicenza.

Lo dobbiamo riconoscere alle persone che sono qui questa sera, e a tutte quelle che rappresentiamo. A chi fa impresa. Ai tecnici. Alle lavoratrici e ai lavoratori. A tutte le persone che ogni mattina entrano nelle nostre aziende sapendo che nessun risultato è garantito.

Perché sui mercati internazionali non esistono clienti obbligati. Non esistono rendite di posizione. Ogni giorno dobbiamo dimostrare di essere più bravi, più affidabili, più veloci.

E attenzione: questa non è soltanto economia. Questa è LIBERTÀ.

La libertà di un Paese che sa produrre. Che possiede competenze. Che sa vendere al mondo. Per questo difendere l’industria significa molto più che difendere una categoria. Significa difendere un pezzo della libertà del Paese!

Ma se vogliamo difendere questa forza, non possiamo trasformarla in nostalgia. Per anni ci hanno annunciato la fine dei distretti. Poi quella delle PMI. Poi quella delle nostre multinazionali tascabili. Beh, siamo invece ancora tutti qui. Proprio perché siamo stati in grado di cambiare INSIEME al mondo.

Continueremo a farlo, anche dicendoci qualche verità scomoda. Essere piccoli non è sempre e necessariamente una virtù. Esistono piccole imprese straordinarie ed esistono realtà di dimensioni che oggi rischiano di diventare un limite. Molte aziende dovranno crescere. Altre dovranno unirsi. Creare reti. Condividere capitale, competenze e tecnologie. Trovare una scala diversa per competere in un mondo diverso.

Non dobbiamo difendere una dimensione. Dobbiamo difendere una capacità! E la nostra capacità speciale la conosciamo bene. Siamo bravissimi a inventare e velocissimi a produrre. Sappiamo realizzare il pezzo unico, la serie breve, la soluzione costruita intorno a un problema. È così che Vicenza è diventata la prima provincia italiana per export pro capite e la provincia con la più alta percentuale di valore aggiunto industriale!

Ciclicamente, raccontiamo il futuro attraverso un luogo: Silicon Valley, Seattle, Shenzhen. Se invece il futuro avesse un indirizzo vicentino? Qui forse non nascerà la prossima Apple, Facebook o SpaceX, ma nel Vicentino si sviluppano soluzioni insieme alla NASA, all’ESA, si lavora su tecnologie destinate alla Stazione Spaziale Internazionale e su progetti legati alle missioni sulla Luna e non solo.

Ho citato prima una parola meravigliosa: libertà. Libertà d’impresa non significa assenza di regole. Vogliamo però regole comprensibili, proporzionate, applicabili e uguali per chi produce qui e per chi vende qui. Vogliamo che un’autorizzazione abbia un responsabile. E una scadenza. Che una procedura abbia un inizio e una fine. Perché il tempo dell’impresa vale, vale tanto e la Pubblica amministrazione questo valore lo deve rispettare.

A maggio, all’Assemblea nazionale di Confindustria, la Presidente Meloni ha proposto un “cantiere comune per una riforma radicale della burocrazia”. Presidente, noi ci siamo. Anzi, le facciamo noi una proposta: candidiamo Vicenza a diventare il laboratorio nazionale della libertà di fare.

Sperimentiamo qui una Zona Speciale di Semplificazione. Portiamo al Nord la parte più interessante dello spirito delle ZES. Non chiediamo scorciatoie, privilegi fiscali difficili da conciliare con le regole europee, chiediamo velocità e certezza. Tempi massimi. Procedure digitali. Silenzio-assenso, dove possibile. Poteri sostitutivi quando una pratica si blocca.

E poi misuriamo. Misuriamo quanti giorni abbiamo risparmiato. Quanti investimenti abbiamo sbloccato. Quanti posti di lavoro abbiamo creato. Facciamolo con la serietà con cui misuriamo la produttività nelle nostre aziende. Se non funziona, lo diremo. Ma se funziona a Vicenza, portiamolo poi in tutta Italia.

Non stiamo chiedendo un favore. Stiamo offrendo al Paese un esperimento di libertà. Questo, in fondo, è il Modello Vicenza. Vedere l’ostacolo, andare OLTRE.

Stesso atteggiamento anche davanti alla tecnologia. L’intelligenza artificiale è realtà e, nel contempo, l’Italia invecchia. Mancano tecnici. Mancano lavoratori. Mancano competenze. E allora che facciamo? Passiamo il tempo a chiederci se dobbiamo temere la tecnologia? Oppure ci poniamo una domanda molto più utile: come facciamo a guidarla?

L’intelligenza artificiale deve aumentare l’intelligenza delle persone, non sostituirne la responsabilità. I robot devono rendere più sicuri i lavori pesanti e coprire attività per cui le persone non si trovano più. La tecnologia può essere uno degli strumenti per impedire che il declino demografico diventi anche declino produttivo. Ma deve essere la nostra tecnologia. Perché governata secondo i nostri principi.

Dignità della persona. Libertà. Diritti. Doveri. Responsabilità. Il futuro non possiamo delegarlo a un algoritmo. E non possiamo limitarci a importare quello progettato da altri.

Sì, gli “altri”. Quando parliamo degli “altri” il pensiero ci porta inevitabilmente alla Cina. Il 27 agosto Ursula Von Der Leyen ha riconosciuto una realtà che le nostre imprese conoscono da tempo. Il deficit europeo con la Cina sfiora un miliardo di euro al giorno. Le importazioni cinesi sono cresciute del 45% in cinque anni.

Oltre metà della produzione industriale europea affronta direttamente quella concorrenza. La Presidente della Commissione ha promesso di utilizzare gli strumenti europei di difesa. È un passo avanti.

Ma andare oltre significa anche avere il coraggio di correggere le politiche che non hanno funzionato. L’Europa, negli ultimi anni, ha spesso imposto obiettivi, costi e divieti senza costruire contemporaneamente le condizioni industriali necessarie per sostenerli. E oggi la correzione è ancora troppo lenta.

Può accadere così che un’impresa vicentina del packaging, magari campione di sostenibilità, si veda impedire una lavorazione o la vendita di un prodotto che poi importiamo dal Far East senza controlli equivalenti. Fermiamoci un secondo: noi impediamo di produrlo qui, e poi lo compriamo da chi lo produce altrove con standard diversi? Ma è sostenibilità questa? È delocalizzazione normativa delle emissioni, del lavoro e della ricchezza.

Ma attenzione. La risposta non è costruire un muro intorno all’Europa. Con la Cina dobbiamo commerciare. Dobbiamo dialogare. Dobbiamo trovare un nuovo equilibrio. E non dobbiamo andare lontano per vedere che questo equilibrio può già tradursi in industria. A poche centinaia di metri da qui, proprio in questi giorni, è nata la prima joint venture italiana tra un’impresa del territorio e un partner cinese dedicata alla produzione di componenti per le batterie dell’automotive elettrico.

Ma equilibrio significa anche reciprocità. Controlli paritetici. Difesa dalla concorrenza sleale. Contrasto alle posizioni dominanti. Stesse responsabilità per chi vuole accedere allo stesso mercato.

Mercato aperto, sì. Mercato ingenuo, mai più.

Mario Draghi ha tracciato una linea molto chiara. Innovazione. Energia. Investimenti. Autonomia strategica. Personalmente penso che sarebbe stato un grandissimo Presidente della Commissione Europea. Possiamo rimpiangerlo, oppure possiamo fare una cosa molto più utile: realizzare ciò che ci ha indicato. E questo dipende anche dai singoli stati, Italia, Germania e Francia in primis.

Perché se ciascuno continuerà a guardare soltanto alla prossima elezione, al proprio debito, alla propria industria, al piccolo vantaggio nazionale, avremo un’Europa enorme quando scrive le dichiarazioni e minuscola quando deve prendere le decisioni. Il mondo, nel frattempo, non aspetta.

Per questo vorrei che OLTRE non restasse soltanto il titolo della nostra Assemblea. Vorrei diventasse una scelta. Oltre la nostalgia dei “bei tempi andati” quando “piccolo” era sempre “bello”. Oltre la burocrazia che immobilizza. Oltre la paura della tecnologia. Oltre un’Europa che pretende di regolare il futuro senza avere la forza di costruirlo. Oltre la falsa alternativa tra chiudersi alla Cina o arrendersi alla Cina.

Ma soprattutto, oltre una tentazione che nei momenti difficili riguarda tutti: aspettare che sia qualcun altro a muoversi per primo.

Noi imprenditori faremo la nostra parte. Cresceremo. Ci uniremo. Investiremo. Formeremo persone. Apriremo mercati. Sbaglieremo, anche. Per ripartire, immediatamente.

All’inizio di questa Assemblea abbiamo visto un ostacolo. E abbiamo visto quell’istante preciso che viene prima del salto. Quell’attimo in cui puoi ancora decidere se fermarti. È un attimo che conosciamo bene. Lo abbiamo vissuto nelle nostre aziende. Lo abbiamo vissuto durante le crisi. Lo viviamo ogni volta che decidiamo se investire, assumere, esportare, innovare.

L’ostacolo cambia. Per noi, la decisione è sempre la stessa: mai fermarsi. Lo abbiamo fatto per generazioni. Lo abbiamo fatto quando sarebbe stato più facile aspettare. Lo abbiamo fatto in questi giorni. E continueremo a farlo.

Perché davanti a noi ci saranno altri ostacoli. Non sappiamo quali. Ma sappiamo già che cosa faremo. Prenderemo la rincorsa. E andremo. OLTRE!